VINO BIODINAMICO: QUANDO IL VINO VIENE FATTO CON LE STELLE

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VINO BIODINAMICO: QUANDO IL VINO VIENE FATTO CON LE STELLE

 VINO BIODINAMICO

 

OGGI CI SONO VARIE DEFINIZIONI DI VINIFICAZIONE E DEI PROCESSI DI COLTIVAZIONE DEI VIGNETI  DA RISPETTARE PER OTTENERE QUESTO TIPO DI CLASSIFICAZIONE. 

IN QUESTO ARTICOLO DI ATTILIO SCIENZA SI AFFRONTA PIU’ PROFONDAMENTE IL CONCETTO DI BIODINAMICITA’, I SUOI SIGNIFICATI E SI CERCA DI FARE CHIAREZZA IN UN MONDO, QUELLO DEI VINI, DOVE SPESSO SI ABUSANO NON SOLO LE SOSTANZE PER ARRICCHIRNE I TONI, I GRADI ED I SAPORI MA SI CITANO TERMINOLOGIE DI MODA PER GIUSTIFICARNE IL PREZZO ED IL PRESTIGIO

IN REALTA’ SE DI BIODINAMICA SI VUOLE PARLARE DOBBIAMO FARE LUCE SUI CONCETTI ETIMOLOGICI CHE HANNO DATO VITA A QUESTI TERMINI GIUSTIFICANDONE LA CONIUGAZIONE NON PER CASO O PER LUCRO,  MA PER GIUSTA CAUSA AI VARI VINI.

PARLARE DI VINO BIODINAMICO SIGNIFICA DUNQUE PARLARE DEL SUO IDEATORE O MEGLIO COLUI CHE HA LANCIATO PER PRIMO, RIELABORANDO, ANTICHE SAGGEZZE ANDATE PERDUTE, SOSTITUITE DAI MODERNI COMPOSTI CHIMICI, ANTIPARASSITARI, DURANTE IL PERIODO DI CRESCITA DELLE UVE E COME ADDITIVI CHIMICI DENTRO LE BOTTI PER AGGIUSTARE I SAPORI I COLORI.

Vino Naturale? Biodinamico? Facciamo chiarezza

Se chiedessimo a un viticoltore come giudica il ruolo della tradizione nella produzione del vino, quasi certamente risponderebbe che la tradizione è alla base della qualità di un vino. Avrebbe invece più difficoltà nel definire cosa è la tradizione, distinguendo tra tradizione e tradizionalismo e forse anche nello spiegare come conciliare tradizione e innovazione, senza che l’una prevalga sull’altra. Alla domanda se la viticoltura biodinamica rappresenta la tradizione della viticoltura europea e se questa può rappresentare una valida alternativa alla viticoltura convenzionale, la sua risposta sarebbe certamente negativa, un po’ perché forse non ne conosce i veri contenuti ma soprattutto perché non vuole rinunciare alle conquiste della ricerca che in questi ultimi 50 anni gli hanno consentito di ottenere uve e vini di qualità.

Ogni approfondimento sulla viticoltura integrata, la modalità di gran lunga più adottata nel mondo, deve quindi partire dal ruolo che la tradizione ha anche oggi nelle scelte quotidiane di un viticoltore e come queste debbano essere “interpretate” alla luce dei progressi della ricerca scientifica. La contrapposizione che in questi anni la comunicazione ha alimentato tra vino biologico e vino convenzionale rientra nel bipolarismo del naturale contro l’artificiale, soprattutto nell’uso della chimica.

Si è creato così un immaginario comune, dal quale ora è difficile uscirne, che ha prodotto sui consumatori degli effetti paradossali. Infatti anche i consumatori che credono che il vino non contenga residui, rivendicano una produzione sempre più rigorosa e controllata, mentre quelli che sono fortemente influenzati dalle suggestioni del biologico, sono disposti a pagare di più un vino biologico o biodinamico, a condizione però che sia eccellente sul piano sensoriale, cosa non sempre raggiungibile.

Negli anni ‘60 ‘70 un gruppo di agricoltori, viticoltori, frutticoltori, orticoltori appartenenti a Paesi diversi, affrontarono la loro pratica quotidiana, con un’idea comune di coltivare le loro piante senza concimi di sintesi, né erbicidi, né insetticidi con l’obiettivo di offrire al consumatore prodotti di qualità senza residui, senza il supporto della ricerca, a prezzo di grandi rischi, con la convinzione che era possibile una nuova agricoltura.

Rudolf Steiner e il biodinamico

La spinta operata a suo tempo dalla contestazione giovanile aveva sortito due grandi effetti: uno di carattere più generale per essere riuscita a creare una coscienza ambientalista nell’opinione pubblica e uno più specifico per il settore viticolo, con l’introduzione dei principi della lotta cosiddetta integrata. Da un’indicazione generica di tutela dell’ambiente si era quindi passati alla cosiddetta viticoltura sostenibile che è oggi alla base della nuova normativa comunitaria che regolerà nei prossimi anni l’utilizzo dei fitofarmaci in agricoltura.

Solo negli anni ‘80 appaiono le prime citazioni di organismi ufficiali e quindi il riconoscimento di una agricoltura biologica o organica come è chiamata nei paesi anglosassoni. È però necessario fare una distinzione tra l’agricoltura biologica e biodinamica, nei confronti di una agricoltura detta convenzionale o ragionata.

L’agricoltura biodinamica adotta le stesse limitazioni di quella biologica, alle quali si aggiungono alcuni principi esoterici delle influenze astrali e della medicina omeopatica. Il fondatore dell’agricoltura biodinamica e della sua dottrina, l’antroposofia, è Rudolf Steiner, esoterista e pedagogista, custode del museo di Goethe a Dornach.

La formulazione di queste teorie avvenne in occasione di alcune conferenze che Steiner fece nel 1924 ad un gruppo di allevatori di bestiame della Slesia, nel corso delle quali vennero poste le basi della biodinamica partendo dal principio che se l’agronomia è la scienza che studia l’applicazione di norme e principi razionali all’agricoltura, la biodinamica è un complesso filosofico che vede l’universo come unico essere vivente nel quale gli animali, esseri umani compresi, le piante e anche i minerali sono solo dei componenti. L’obiettivo era quello di produrre prodotti destinati all’alimentazione, rispettosi dell’ecosistema terrestre attraverso l’impiego di preparati biodinamici, l’osservanza dei calendari lunari e planetari, ecc.

Una vera e propria cosmogonia

Per comprendere appieno il significato del pensiero di Steiner è necessario, da un lato calarsi nel momento storico nel quale questo eclettico scrittore è vissuto e dall’altro analizzare le opere che ha scritto (circa 400) di argomento occultistico, delle quali emblematica è “La scienza occulta nelle sue linee generali” del 1925.

In quegli anni la Germania, uscita sconfitta dalla Grande Guerra e fortemente penalizzata dalla pace di Versailles, vive nella fine dell’idealismo un momento tragico della sua storia, incapace di accettare le nascenti illusioni del materialismo socialista. In questo contesto le indicazioni di Steiner hanno un ruolo epistemico: non erano solo uno strumento per migliorare le conoscenze dei contadini della Slesia ma un modello concettuale capace di interpretare un sistema naturale complesso nel tentativo di conciliare idealismo e materialismo.

In quegli anni di grande sviluppo della chimica e delle sue prime applicazioni in campo agricolo, soprattutto in Germania, Steiner si schierò dalla parte degli umisti a difesa del mantenimento della sostanza organica del suolo contro le proposte dei cosiddetti mineralisti, sostenuti dal Liebig, ma ben più contraddittoria fu la sua posizione nei confronti delle idee rivoluzionarie di Darwin, alle quali va ricondotta la sua concezione vagamente antisemita, mentre più convinta fu l’adesione alle teorie di Lysenko, genetista russo, neolamarckista, al quale va attribuito il fallimento dell’agricoltura sovietica ai tempi di Stalin.

Infatti per Steiner la causa delle malattie che colpiscono le piante non sono da ricercarsi negli organismi patogeni, ma nelle condizioni generali dell’ambiente circostante. Quindi, modificando questo attraverso l’uso di dosi omeopatiche di cornoletame e dei cosiddetti “preparati” dinamizzati, si pone la pianta in condizioni di reagire alle malattie crittogamiche evocando una resistenza indotta, non legata alle caratteristiche genetiche dell’individuo, per effetto di particolari sollecitazioni esterne.

I principi antroposofici

Mentre Steiner non cita mai la vite e la sua coltivazione nei suoi scritti, un gruppo di suoi discepoli si è preoccupato di trasferire i principi generali della biodinamica alla viticoltura. L’antroposofia di Steiner ha le radici nella concezione rivoluzionaria che Goethe ha dei simboli e della loro metamorfosi, per cui natura, scienza e arte sono guidate dalla stessa forza simbolica in virtù della quale “il particolare ci porta sempre all’universale”.

L’uso di cornoletame e cornosilice

È il dottor Pfeiffer, discepolo di Steiner, a mettere a punto il metodo biodinamico e fonda al Goetheanum, il laboratorio biochimico. Il cornoletame è assieme al cornosilice, è uno dei più noti preparati biodinamici. Si prepara riempiendo di letame un corno di vacca, interrandolo a 120 cm di profondità tra i due equinozi, quello di autunno e di primavera.

L’uso del corno è giustificato dal fatto che esso rappresenta l’antenna che riceve le forze cosmiche. I preparati ottenuti dai corni sono diluiti in acqua (1 g/15 l di acqua) e quindi dinamizzati per trasferire nei preparati l’energia del cosmo.

Ci sono poi i preparati (500, 501…508) per i composti di origine vegetale che vengono messi in intestini di cervo o di vacca affinché possano raccogliere gli influssi cosmici.

Il rituale della preparazione del cornoletame rientra nel significato che i segni hanno nel colmare la distanza tra il mondo e l’individuo, la cui accettazione in passato era chiamata divinazione. I segni vengono dall’esterno ma ricevono significato dalla psiche vivente che li accoglie per una situazione particolare, ricreando così un kosmos (universo dei segni) significativo.

Così l’uso della vescica di cervo adulto appartiene a quella categoria di segni che nel passato erano legati agli animali, uccelli in particolare (ornitomanzia) e al loro sacrificio (l’analisi delle viscere, l’epatoscopia).

Questo ricorso ai simboli non è folclore per il seguace dell’antroposofia steineriana, ma ha un preciso significato trasgressivo, in opposizione al linguaggio codificato della scienza. Trasgredire la scienza vuol dire nel senso letterario “procedere oltre” i suoi segni codificati e sostituire questi segni con i simboli.

La dinamizzazione dei preparati biodinamici è invece ascrivibile al rito che per definizione è un insieme di atti formalizzati, espressivi, portatori di una dimensione simbolica. In virtù della sua dimensione simbolica, il rito crea un collegamento con il pensiero magico, alle forze inconsce che determinano le azioni di un individuo.

Leggi anche la seconda parte!

Articolo di Attilio Scienza

Tratto da l’Enologo – n°5 2016 – Mensile dell’Associazione Enologi Enotecnici Italiani

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